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Archivio per la categoria ‘public speaking’

Per chi va di fretta (e chi, oggi, non va di fretta), e non vuole perdersi almeno i titoli delle cose più interessanti pubblicate in giro su presentazioni e public speaking, suggerisco di dare almeno un’occhiata alla rassegna settimanale public speaking tips, curata da Andrew Dlugan.

Week In Review

 

Questa settimana ad esempio sono segnalati bellissimi articoli sull’uso delle metafore, sulla gestione dell’imbarazzo, o sulla comunicazione non verbale.

Oltre ai consueti riferimenti a presentazioni memorabili trovate in giro.

Da leggere e sottoscrivere.

 

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Le persone cercano significati generali alle cose che diciamo loro. A volte li trovano nelle storie che gli raccontiamo, a volte nei nettagli che non abbiamo considerato, a volte nel non detto delle nostre affermazioni. Le persone attribuiscono un senso complessivo a quello che diciamo, e lo fanno che lo vogliamo o no.

Le persone vogliono sapere il perché delle cose, e solo dopo si interessano al “cosa” o al “come”. A volte il perché è scontato, mentre in altri casi dobbiamo sforzarci di trasmetterlo. Sono temi importanti per le presentazioni, che determinano il loro andamento e la loro architettura: esistono architetture del “come” e architetture del “perché”, anche se dobbiamo essere consapevoli che una risposta al “perché” (perché siamo qui, perché ci dici questo, perché dovrei ascoltarti) verrà comunque data.

Sono temi davvero importanti, e per questo ho apprezzato molto il post di Garr Reynolds sull’argomento, ma ancora di più mi è piaciuta la presentazione di Simon Sinek alle TED che Garr segnala.

Prendetevi un quarto d’ora per guardarla: una lezione magistrale di public speaking (notate come ripete il messaggio chiave in punti specifici del discorso) oltre che un’importante digressione sul tema di ciò che  crea senso nelle nostre vite.

Ci sono anche i sottotitoli.

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Apprezzo molto la buona volontà e le capacità di Andrew Abela come specialista di presentazioni. Ma quando ha messo online i suoi video relativi a un seminario che ha tenuto recentemente ho avuto un moto di pietà. Non tanto per lui, che anzi fa uno sforzo per  essere professionale e persino brillante, quanto per il setting scadente del corso stesso.

Altro che sale illuminate, platee attente e tecnologie d’avanguardia: spesso quando si fa questo mestiere ci si scontra con setting poveri, allievi demotivati e tecnologie recuperate in cantina. E allora, in nome della pagnotta e dell’amor proprio, bisogna fare buon viso a cattivo setting.

Una volta ho tenuto un corso in una banca: quando sono arrivato ci ho messo mezz’ora per trovare il mio referente. Quando l’ho trovato mi ha detto “ah, era oggi?”. Abbiamo recuperato di alla meglio gli “allievi”, abbiamo recuperato alla meglio una stanza, poi il PC della prima guerra mondiale e infine un’allieva mi  ha dato alcuni suoi lavori da controllare. Su un floppy disk.

E insomma, bravo Andrew.

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Olivia Mitchell e è sicura, e Jonh Medina anche: quando presentiamo in pubblico ogni 10 minuti è necessario introdurre  un break cognitivo. Medina dice esplicitamente:

“I decided that every lecture I’d ever give would come in discrete modules. Since the 10 minute rule had been known for many years, I decided the modules would last only 10 minutes”.

Questa regola è conosciuta anche come “Regola del gancio” (hook): ogni 10 minuti pianificare una transazione/variazione con il pubblico. Potreste raccontare una storia, introdurre una sessione di domande e risposte, mostrare un video, distribuire qualcosa alla platea, fare il classico gioco dell’alzata di mano (“Quanti di voi hanno un account Twitter?”) eccetera.

Quello che so è che nella mia esperienza questa regola è stata abbastanza interiorizzata da non aver bisogno di richiamarla alla mente ogni volta o di guardare continuamente l’orologio. Non so se 10 minuti siano davvero un tempo-limite standard: quello che è certo  è che tra l’andare spediti per 3 ore fregandosene altamente di chi abbiamo di fronte e il pianificare come un ossesso un break ogni 10 minuti ci sono onorevolissime vie di mezzo.

Come dice il saggio, la consapevolezza è il primo passo verso la guarigione :-)

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Vi segnalo qualche risorse dedicata, in generale alla corporeità durante le presentazioni. L’argomento è vastissimo e naturalmente ci sono decine di manuali e altre risorse sul tema. Ma questi articoli si focalizzano su alcune piccole-grandi cose che vale la pena di tenere in considerazione.

Speech Gesture Size Should Scale with Your AudienceIl primo, dal blog Six minutes, è dedicato al rapporto gesto-spazio (in generale la tesi è che più è vasta l’audience più grandi devono essere i gesti e viceversa).

Il secondo è dedicato ad un aspetto chiave del public speaking, ovvero il contatto oculare. Olivia Mitchell dà 8 consigli per migliorare questa competenza-chiave.

Infine, sempre da six minutes, un articolo dedicato alla prossemica e all’uso dello spazio “intimo” per migliorare le performance della presentazione.

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Il tema non è all’ordine del giorno nel nostro Paese, mentre negli Stati Uniti sta diventando uno standardACSB Twitter Policy_callout o quantomeno una tendenza. Parliamo della gestione delle conversazioni che la platea intrattiene sui social media durante una presentazione.

Imparare a gestire questa dinamica e a trasformarla in una risorsa da quelle parti sta diventando un fatto strategico: mentre noi parliamo le persone twittano, messaggiano, parlano e sparlano di noi allegramente. Che fare?

Cliff Atkinson ha dedicato a questo tema addirittura un libro: The Backchannel: How Audiences are Using Twitter and Social Media and Changing Presentations Forever. con tantissimi consigli utili (a proposito, ha messo a disposizione un capitolo da scaricare. Imparate, editori italiani) .

Il libro si va ad aggiungere a quello scritto da Olivia Mithell e che è scaricabile in PDF gratuitamente.

Sempre Cliff ha creato un wiki sull’argomento, nel quale potrete trovare un elenco di tools per gestire le conversazioni durante le presentazioni. E naturalmente anche un blog.

Un tema sul quale dovremo confrontarci davvero tutti negli anni a venire.

Update: ecco un tool gratuito per fare interagire Twitter con Powerpoint durante una presentazione.

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Vi segnalo il blog di Luca Baiuguini, che in varie occasioni si è occupato -  come me -  di presentazioni, slide e public speaking. Tra l’altro questo mi ha permesso di conoscere l’articolo di Umberto Santucci sul tema delle slide, e altre risorse interessanti.

Vi segnalo in particolare una sua riflessione sui fattori di successo nel public speaking, riflessione che condivido pienamente: riuscire a trasformare quello che accade in aula in una risorsa per tutti è davvero un’arte raffinata.

Ma meritano anche i post dedicati alle funzioni delle slide: una tassonomia sempre in aggiornamento (qui tutti gli articoli taggati come “slide”).

Ciao

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Ancora contro il “mito di Mehrabian”

Un bellissimo video che spiega come la teoria di Mehrabian (secondo l’interpretazione “volgare” della quale l’aspetto verbale conta solo per il 7% nella comprensione di un messaggio) sia un mito da sfatare.

Un mito che ha resistito, anzi si è ingigantito, per più 40 anni.

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Una delle regole che cerco sempre di osservare, nelle mie lezioni agli adulti o nei miei interventi pubblici, è quella di buttarla, dove possibile, “sul personale”. Voglio dire: cercare appena posso di trovare – e trasmettere – delle storie che mi siano capitate realmente e che possano illustrare pienamente un concetto o una tesi, come consiglia saggimente anche Garr.

Ma questa “deriva” dall’impersonale di un tema al racconto di personalissime esperienze non è esente da rischi: se la storia non è ben congegnata e pertinente la “tecnica narrativa” rischia di trasformarsi in un boomerang mentre l’immagine di noi rischia di trasformarsi in quella di egocentrici e petulanti oratori. Per questo, personalmente, calibro sempre la quantità, il tipo e le “dosi” di storie che posso e devo raccontare. Metterla sul personale, raccontare aneddoti e storie è insomma una piccola “arte minore” da apprendere sul campo e richiede un certo “esprit de finesse” per poter essere esercitata con profitto.

Ecco un bell’articolo sul tema: il post affronta appunto la questione di quante informazioni personali dobbiamo fornire alla platea durante un discorso.

L’articolo esprime questi rischi in modo sensato e intelligente: se le nostre digressioni personali non sono pertinente al tema (non lo “illuminano”) e non sono in accordo con il tipo di setting e di platea, il rischio di essere controproducenti è assicurato.

Insomma, tutti vogliamo ascoltare storie, ma le storie devono servire a qualcosa.

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Ok, inizia la presentazione live e per prima cosa il presentatore parte illustrando la mission dell’azienda.

La mission? Hai detto la mission? Ancora la mission? Insomma, avete capito: questo è, nella maggior parte dei casi, un errore.

Iniziare con la mission significa perdere nel migliore dei casi l’attenzione e nel peggiore dei casi la stima del proprio uditorio. Che è venuto ad ascoltare noi, le nostre soluzioni o le nostre proposte e non sa che farsene di una cosa della quale spesso non sappiamo che farcene nemmeno noi.

E allora? Abbandoniamola. Senza rimpianti.

Vi segnalo a riguardo un bel post di Slides that stick (con vignetta al seguito)

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Non sapevo se segnalarla, perché l’esperimento non è venuto tanto bene, ma penso che sia legato al fatto che è una versione free.

In ogni caso, ecco una prova di conversione da PPT a Youtube, usando un programma che si chiama Acoolsoft. E’ scaricabile gratuitamente, anche se, come dicevo, la versione gratuita non offre possibilità di customizzazioni.

Ho fatto l’esperimento usando la mia presentazione su public speaking, pubblicata qualche tempo fa su Slideshare. Come vedete è quasi illeggibile.

Mah..

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Albert MehrabianPer chi non è avvezzo a questioni riguardanti le presentazioni in pubblico e il public speaking il nome di Albert Mehrabian potrà dire poco o nulla.

eppure la sua ricerca sulla comunicazione non verbale ha influenzato generazioni di specialisti, e molti consulenti (compreso, devo dire per onestà, il sottoscritto), si sono comodamente appoggiati ad una vulgata del suo famoso esperimento per poter affermare con serfica tranquillità che “gli esperimenti ci dicono” che l’efficacia della comunicazione è data per il 7% dalle informazioni, per il 38% dall’intonazione e per il 55% dal linguaggio del corpo.

Beh, questa, a quanto pare, è una sovrainterpretazione della ricerca, la quale negli anni ha prodotto una sorta di “mito” non confortato dalla ricerca stessa, la quale è stata fatta in mainera molto più limitata e con scopi differenti.

Come spiega Olivia in questo post, la ricerca riguardava unicamente la percezione di un osservatore esterno del rapporto tra un parlante ed un ascoltatore riguardo all’attribuzione di “simpatia” del parlante nei confronti dell’ascoltatore. Ora, questo risultato non permette di inferire nulla rispetto all’impatto effettivo dei diversi aspetti su una platea.

Bert Decker, come altri, ha cercato di rispondere a questa critica, osservando che se non vale la lettera della ricerca, vale quantomeno il suo spirito (post al quale Oliva ha prontamente risposto).

Ora, sono d’accordo sul fatto che la ricerca di Mehrabian sia stata ampiamente travisata, e non mi sorprende visto che era davvero comodo poter “sistemare” le cose nel modo che abbiamo visto. Tuttavia resta il fatto, indiscutibile, che i tre aspetti sopra visti (informazioni, aspetti paraverbali e aspetti corporei) concorrano sempre in varia misura alla buona riuscita di una presentazione.

Tra l’altro svariate ricerche empiriche (cito qui per rapidità solo il mio beniamino Gregory Bateson e i suoi epigoni) dimostrano come l’attribuzione di verità di un’affermazione passi per tutti e tre gli aspetti e, nel caso di incoerenze, sia il canale non verbale quello privilegiato (se dico che sono sereno e nel frattempo divento rosso in faccia i  miei ascoltatori danno retta più al mio rossore che alle mie parole).

Insomma, possiamo anche fare a meno dela controversa ricerca di Mehrabian, ma non possiamo dimenticare l’impatto che i diversi aspetti hanno nella nostra vita di comunicatori.

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Dei bellissimi video (ok, sono dei video promozionali di Bert Decker, uno specialista di comunicazione, ma sono molto significativi ugualmente) che mostrano la trasformazione di alcuni impacciati oratori durante una sessione di formazione dedicata al public speaking.

Esempi di public speaking prima e dopo

Trovo queste trasformazioni davvero impressionati, dopo solo un giorno: questo sta a significare che per molto aspetti (ho detto molti, ma non tutti) si tratta innanzitutto di applicare alcune regole molto semplici, che migliorano la comunicazione in pubblico a prescindere dalle cosiddette “doti caratteriali”.

E quali sono queste regole? Beh, guardate i video e provate a capire quali siano le ricorrenze e che cosa rende più efficaci le esposizioni dei diversi relatori.

Ecco la pagina con i video dimostrativi.

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Vi segnalo un bell’intervento di Garr Reynolds a proposito della semplicità. Potete vedere il suo intervento video (43 minuti) a Las Vegas, un capolavoro di public speaking supportato da bellissime slide.

Inoltre vi segnalo una serie di slide che Garr ha creato a partire da un sito dedicato all’alimentazione.
Il risultato è notevole. Questo è il post originale.

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Nel blog di Olivia Mitchell trovate una serie di risorse dedicate all’uso di twitter durante una presentazione.

Tra le risorse trovate anche un documento scritto da un gruppo di scienziati tedeschi, che riporta una ricerca sull’uso prevalente di twitter durante le conferenze (PDF). il risultato è che ” ‘ sharing resources’ and ‘communicating with others’ were the most important uses of twitter for these respondents.” Qui trovate il post.

Olivia ha scritto anche un post con 8 cose che ha imparato dall’uso di Twitter durante un evento, e precisamente

1. Design your presentation for Twitter
2. Encourage your audience to tweet
3. Don’t forget the non-tweeters
4. Use multiple ways to monitor the Twitterstream
5. Ask the audience to retweet (RT) the tweets they want you to address
6. Let go of the illusion that you might know more than the audience
7. Tweet the questions you want the audience to respond to
8. You don’t have to respond to all the questions during your presentation

Infine, ecco un post sul tema di mostrare in tempo reale il twitter-stream su uno schermo durante la presentazione. La risposta è, in generale, negativa.

“My advice is to only show the twitter stream when it adds to the presentation- just like any visual.  With an actively tweeting audience, a twitter stream can move extremely fast. It will be very hard for the audience not to pay attention to the constantly moving screen – so it’s likely to be distracting. If it’s on the large screen it’s no longer an opt-in experience.”

Anche se si può accendere lo schermo con lo stream in particolari punti della presentazione, ovvvero quando

  • you ask for audience input on a particular point
  • you ask the audience for questions
  • you take “twitter breaks” specifically to look at the twitter stream and address any issues which have been raised.

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Se, quando presentate una relazione, volete ridurre al massimo il volume di carte e fogli che avete davanti il modo migliore è creare un pocketmod!

Che cos’è? Nient’altro che un foglio A4 arrangiato in modo da contenere tutte le vostre annotazioni durante la presentazione. Crearlo è facile, grazie al wizard online.

Non resta che provarlo, associato alla presentazione su slide…

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Vi segnalo un bel post di Olivia Mithcell sui modi, ma soprattutto i tempi – per coinvolgere il proprio pubblico all’interno di una presentazione.

quando coinvolgere il pubblico

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I consigli di Dale

Dale Carnegie è stato uno dei pionieri sul tema del Public Speaking e del suo insegnamento. Esiste una società che ne raccoglie l’eredità e propone corsi e risorse.

Vi segnalo i loro paper da scaricare su diversi temi, tra cui le presentazioni efficaci.

Ciao

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Secondo voi quanti errori sono presenti in questo “setting” di presentazione? (l’immagine è presa dalla slide 68 di questa bellissima presentazione di Garr Reynolds).

Setting sbagliato per presentazioni e slide orribili

Osservate bene:

1) Il presentatore sta seduto invece che in piedi
2) Tra il presentatore e la platea c’è una cattedra che ostacola e separa
3) Il presentatore dà le spalle alla platea
4) il presentatore LEGGE le slide!!!!
5) Le slide sono un fiume di testo terrificante
6) Il contrasto testo-sfondo è terrificante

Che cos’altro? Forse si potrebbe continuare, ma credo che questo basti già a descrivere un vero e proprio incubo a occhi aperti (finché restano aperti).

La mia solidarietà agli allievi.

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Molto divertente il rersoconto di Paolo Antonio Volpon su “Search Engine Strategies Milan” (SES) 2007. Leggete i vari punti e capirete alcune cose da non fare in una presentazione (come i punti elenco chilometrici, la voce monotona, gli errori di scrittura).

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