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Posts Tagged ‘Ricerche empiriche’

Il tema dei punti-elenco, e del tipo di narrazione che essi promuovono, è naturalmente sotto i riflettori da molto tempo. Olivia Mitchell ne parla da tempo, così come molti altri. I punti elenco appesantiscono le slide, annoiano, trasmettono l’idea che l’oratore sia poco preparato e pigro e, oggi come oggi, di fronte ai nuovi standard, danno l’idea che chi presenta sia poco aggiornato (e probabilmente è così).

Olivia da tempo propone il modello alternativo asserzione singola + evidenza visuale, sul quale sono molto d’accordo, anche se riconosco che esisterà sempre una “zona oscura” di elenchi che probabilmente non potrà mai essere eliminata.

Ad arricchire questo dibattito tormentato (e tormentone) si aggiunge oggi la ricerca empirica di Chris Athernon, psicologa inglese della Uclan University. Chris ha testato due tipo di slide con gruppi separati di utenti e ha chiesto loro di scrivere dei temi riassuntivi degli argomenti proposti nelle slide.

Il primo tipo di slide erano i classici punti elenco + grafici

tipiche slide con punti elenco

Il secondo tipo di slide era invece fatto con poco testo sparso su più slide, con l’aggiunta di schemi e diagrammi

slide senza punti elenco

La narrazione orale era la stessa in entrambi i gruppi di studenti testati. Il risultato è impressionate: il numero di argomenti segnalati nei temi nel secondo tipo di slide è raddoppiato:

lecture results

Questo significa che questo tipo di impostazione raddoppia in media l’efficacia dell’insegnamento.

Qui trovate i dettagli della ricerca, e di seguito la presentazione su slideshare della ricercatrice.

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Albert MehrabianPer chi non è avvezzo a questioni riguardanti le presentazioni in pubblico e il public speaking il nome di Albert Mehrabian potrà dire poco o nulla.

eppure la sua ricerca sulla comunicazione non verbale ha influenzato generazioni di specialisti, e molti consulenti (compreso, devo dire per onestà, il sottoscritto), si sono comodamente appoggiati ad una vulgata del suo famoso esperimento per poter affermare con serfica tranquillità che “gli esperimenti ci dicono” che l’efficacia della comunicazione è data per il 7% dalle informazioni, per il 38% dall’intonazione e per il 55% dal linguaggio del corpo.

Beh, questa, a quanto pare, è una sovrainterpretazione della ricerca, la quale negli anni ha prodotto una sorta di “mito” non confortato dalla ricerca stessa, la quale è stata fatta in mainera molto più limitata e con scopi differenti.

Come spiega Olivia in questo post, la ricerca riguardava unicamente la percezione di un osservatore esterno del rapporto tra un parlante ed un ascoltatore riguardo all’attribuzione di “simpatia” del parlante nei confronti dell’ascoltatore. Ora, questo risultato non permette di inferire nulla rispetto all’impatto effettivo dei diversi aspetti su una platea.

Bert Decker, come altri, ha cercato di rispondere a questa critica, osservando che se non vale la lettera della ricerca, vale quantomeno il suo spirito (post al quale Oliva ha prontamente risposto).

Ora, sono d’accordo sul fatto che la ricerca di Mehrabian sia stata ampiamente travisata, e non mi sorprende visto che era davvero comodo poter “sistemare” le cose nel modo che abbiamo visto. Tuttavia resta il fatto, indiscutibile, che i tre aspetti sopra visti (informazioni, aspetti paraverbali e aspetti corporei) concorrano sempre in varia misura alla buona riuscita di una presentazione.

Tra l’altro svariate ricerche empiriche (cito qui per rapidità solo il mio beniamino Gregory Bateson e i suoi epigoni) dimostrano come l’attribuzione di verità di un’affermazione passi per tutti e tre gli aspetti e, nel caso di incoerenze, sia il canale non verbale quello privilegiato (se dico che sono sereno e nel frattempo divento rosso in faccia i  miei ascoltatori danno retta più al mio rossore che alle mie parole).

Insomma, possiamo anche fare a meno dela controversa ricerca di Mehrabian, ma non possiamo dimenticare l’impatto che i diversi aspetti hanno nella nostra vita di comunicatori.

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Alcune recenti ricerche, condotte in Canada (British Columbia) e pubblicate su Science mostrano i diversi effetti del rosso e del blu sui task degli utenti.

In particolare la presenza di sfondi rossi aumenterebbe l’attenzione e la concentrazione sui dettagli, mentre gli sfondi blu favorirebbero il pensiero creativo e la “visione globale”. Il motivo è che il rosso è un segnale di pericolo, che risveglia l’attenzione e spinge a concentrrsi sui dettagli (ad esempio di un prodotto).

sfondo rossosfondo rosso

Un estratto dell’articolo:

“We associate red with danger and mistakes,” says Ravi Mehta, the lead author of the study, which was published online by the journal Science. “So what happens is this leads to avoidance motivation. People try to avoid mistakes and danger. That makes them focus on details.”

Blue, on the other hand, encourages an “approach motivation,” Mehta says. People relax, becoming more open to new ideas and creative solutions to problems.

Un motivo in più per ricordare a tutti che, in una presentazione, il rosso è l blu non dovrebbero mai essere presenti contemporaneamente (tanto meno come testo-sfondo).

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In questo post di Jennifer Kammeyer trovate alcuni risultati relativi alle ricerche empiriche sull’apprendimento con Powerpoint. Queste ricerche confermano, ma in modo più scientifico, parecchie cose che i buoni realizzatori di presentazioni hanno imparato “sul campo”.

Riporto i risultati che sono sintetizzati nel post:

1.    Follow multimedia learning principles (for summary of principles see http://www.jenniferkammeyer.com/research.htm )
2.    Use full-sentence declarative headlines
3.    Don’t add irrelevant pictures (or anything irrelevant for that matter)
4.    Keep the design interference-free with high-contrast, easy-to-read text & graphs
5.    Use 2D graphs with cool colors and high contrast
6.    Use Gill Sans or Souvenir Lt font

Il post si conclude ribadendo che quelle elencate non sono opinioni, ma fatti pasati sulla ricerca (anche se il punto 6 risulta abbastanza misterioso, tutto sommato) .

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Richard Mayer è uno psicologo californiano che ha scritto un articolo importante sulle modalità di apprendimento negli ambienti multimediali.

Questo articolo è molto utilizzato da chi si occupa di e-learning, perché stabilisce alcuni principi, basati su ricerche sperimentali, sulla base dei quali è possibile regolarsi per l’erogazione dei contenuti audio-video-testuali.

Marco Coinu ne propone una sintesi in italiano, pubblicata sul portale Elearnngtouch.

Vale la pena di riportare una sintesi dei principi, perché hanno molto a che vedere anche con il tema delle presentazioni con le slide

  • Principio della divisione dell’attenzione (Split Attention Principle): i discenti imparano meglio quando il materiale didattico consente loro di non dividere l’attenzione fra diverse fonti di informazioni che fanno riferimento alla stessa modalità cognitivo-sensoria;
  • (Leggi: non mettere musica in sottofondo sulle slide mente parlate – Non parlate alla platea mentre mostrate i video)

  • Principio della modalità (Modality Principle): i discenti imparano meglio quando le informazioni verbali sono presentate per via vocale-auditiva come narrazione parlata piuttosto che in modalità visiva come testo scritto;
  • (Leggi: nella presentazione siete voi che parlate i protagonisti, non le vostre slide, che restano solo un supporto all’esposizione orale)

    Principio di ridondanza (Rendundancy Principle): i discenti imparano meglio da animazioni e narrazioni parlate, piuttosto che da animazioni, narrazioni parlate e testo scritto, se le informazioni visive sono presentate insieme alle informazioni verbali;

    (leggi: accompagnate sempre il vostro testo con immagini rappresentative)

  • Principio di contiguità spaziale (Spatial Contiguity Principle): i discenti imparano meglio quando il testo scritto e il materiale visivo sono fisicamente integrati piuttosto che separati;
  • (leggi: accompagnate sempre il testo con immagini, e posizionateli in modo che si appartengano reciprocamente sulla slide)

  • Principio di contiguità temporale (Temporal Contiguity Principle): i discenti imparano meglio quando i materiali visivi e verbali sono sincronizzati (presentati contemporaneamente) piuttosto che separati nel tempo (sequenzializzati);
  • (leggi: Accompagnate il vostro discorso con immagini sincronizzate sulla slide)

  • Principio di coerenza (Coherence Principle): i discenti imparano meglio quando i materiali estranei sono esclusi dalle spiegazioni multimediali.
  • (Leggi: cercate di togliere e non di aggiungere sulle vostre slide)

    Un grazie a Marco Coinu per il suo lavoro

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    Alcuni professori di un università australiana hanno condotto degli studi sulla comunicazione con Powerpoint scoprendo le ragioni dei ripetuti fallimenti comunicativi che questo strumento aiuta a collezionare. La ragione sta nel fatto che è impossibile seguire contemporaneamente testo parlato e testo scritto.

    Cito dalla notizia:

    “Il professor Sweller afferma che è giusto e consigliato parlare su un diagramma mostrato con una presentazione spiegando le informazioni in esso presente, mentre è del tutto errato parlare usando le stesse parole che sono state scritte.”

    La notizia è qui, la fonte invece è qui.

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    Nella scrittura e nella comunicazione digitale, come scrive giustamente Sofia Postai, il colore non costa nulla. Non dobbiamo fare accordi economici con una tipografia per decidere quanti e quali colori useremo: con due colpi di mouse possiamo decidere da soli, e senza fatica, di aggiungere o togliere colori e sfumature.

    Ora, il fatto di non dover pagare nessun “dazio” per le nostre scelte non è mai una buona premessa: non ci costringe a riflettere a sufficienza e toglie ogni vincolo alla nostra creatività. Ma la creatività senza vincoli non è creatività. Credo che nella comunicazione digitale (di cui le slide fanno parte, così come le mail e i siti web), l’accento non dovrebbe cadere su “digitale”, ma su “comunicazione. E nella comunicazione ci confrontiamo gli altri.

    E questo sì che è un bel vincolo. Se consideriamo la leggibilità complessiva di una presentazione con gli occhi di chi la dovrà guardare ci accorgiamo subito che non tutte le combinazioni testo-sfondo vanno bene e che ci sono parecchie differenze tra nero-su-bianco e bianco-su-nero. Fortunatamente, il fatto che milioni di persone, oggi, scrivano e comunichino in modo digitale ha creato anche una nuova sensibilità e una serie di studi di usabilità che, anche se nati nello per il web, ci vengono in aiuto.

    Uno dei più fortunati è certamente lo studio del dr. Lauren Sharff sulla leggibilità dei font con diverse combinazioni di colori.

    Diversi tipi di rapporto testo-sfondo

    Questo studio evidenzia la resa in termini di leggibilità di diverse combinazioni tra testo e sfondo (le barre più alte rappresentano la maggior leggibilità). Credo che il grafico parli da solo: ci sono delle combinazioni che proprio non vanno, e il fatto è legato al modo che ha la retina di mettere a fuoco i diversi colori.

    Dal punto di vista delle presentazioni tutto questo ci suggerisce che ci sono alcune combinazioni che proprio non vanno mai usate (es: rosso-verde, blu-rosso), altre che si possono usate con moderazione (es: bianco su nero, bianco su blu) per presentazioni “cool” e altre che dovrebbero invece essere lo standard abituale (es: nero su bianco, nero su grigio, blu su bianco).

    Combinazioni “NO

    Rapporto testo sfondo sbagliato

    Combinazioni “NI”

    Rapporto testo-sfondo quasi giusto

    Combinazioni “SI”

    Rapporto testo-sfondo corretto

    Ecco un articolo di Dave Paradi (tratto da Indezine) che approfondisce il tema dei colori nelle presentazioni.

    Ciao

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    Una cosa che vado dicendo da tempo e che oggi trova riscontro nella ricerca empirica. La ricerca è molto interessante, con molti esempi concreti di rifacimento, relativi in questo caso al mondo delle presentazioni scientifiche.

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    ”marthinsen”

    slides_figure_2


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