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Archivio per la categoria ‘strategia’

Le persone cercano significati generali alle cose che diciamo loro. A volte li trovano nelle storie che gli raccontiamo, a volte nei nettagli che non abbiamo considerato, a volte nel non detto delle nostre affermazioni. Le persone attribuiscono un senso complessivo a quello che diciamo, e lo fanno che lo vogliamo o no.

Le persone vogliono sapere il perché delle cose, e solo dopo si interessano al “cosa” o al “come”. A volte il perché è scontato, mentre in altri casi dobbiamo sforzarci di trasmetterlo. Sono temi importanti per le presentazioni, che determinano il loro andamento e la loro architettura: esistono architetture del “come” e architetture del “perché”, anche se dobbiamo essere consapevoli che una risposta al “perché” (perché siamo qui, perché ci dici questo, perché dovrei ascoltarti) verrà comunque data.

Sono temi davvero importanti, e per questo ho apprezzato molto il post di Garr Reynolds sull’argomento, ma ancora di più mi è piaciuta la presentazione di Simon Sinek alle TED che Garr segnala.

Prendetevi un quarto d’ora per guardarla: una lezione magistrale di public speaking (notate come ripete il messaggio chiave in punti specifici del discorso) oltre che un’importante digressione sul tema di ciò che  crea senso nelle nostre vite.

Ci sono anche i sottotitoli.

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Ok, inizia la presentazione live e per prima cosa il presentatore parte illustrando la mission dell’azienda.

La mission? Hai detto la mission? Ancora la mission? Insomma, avete capito: questo è, nella maggior parte dei casi, un errore.

Iniziare con la mission significa perdere nel migliore dei casi l’attenzione e nel peggiore dei casi la stima del proprio uditorio. Che è venuto ad ascoltare noi, le nostre soluzioni o le nostre proposte e non sa che farsene di una cosa della quale spesso non sappiamo che farcene nemmeno noi.

E allora? Abbandoniamola. Senza rimpianti.

Vi segnalo a riguardo un bel post di Slides that stick (con vignetta al seguito)

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Un cosa che davvero ignoravo è che ci fossero tecniche e soprattutto mature discussioni in Rete sulle migliori tecniche per presentarsi ai venture capital.

Ovviamente questi problemi esistono solo in Paesi che hanno capital e che sono disposti alla venture, il che esclude a priori il nostro Paese e allo stesso tempo spiega perché ignoravo questa cosa delle presentazioni ai venture capitalist.

Ad ogni modo esistono risorse, ad esempio Both side of the table, così come la sezione “VC” del blog “Slide that stick”.

In un post del primo blog che ho segnalato trovate la sua ricetta per una presentazione ideale. Ha anche pubblicato su Slideshare una sua presentazione dedicata all’argomento.

Come vedete si punta molto sulla famosa “regola dell’ascensore”, ovvero i fatidici 30 secondi nei quali dovrebbe essere racchiuso il “succo”.

Punti importanti di una presentaizone ai venture capitalist

Ma sarà così anche per l’Italia? Mah… In ogni caso buona fortuna a tutti!

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Molto interessante questo schema che propone Christophe Harrer sul suo blog (Empower your point), nel quale distingue tra presentazioni più o meno dettagliate e con o senza oratore.

Ecco lo schema:

schema dei diversi tipi di presentazioni

Come vedere alcuni tipi sono definite “tattiche”, mentre altre sono “strategiche”.

Lo trovo molto intelligente, e mi fa capire anche che nella mia professione di formatore sono molte di più le presentazioni “tattiche” che quelle “strategiche”.

Ecco perché non posso permettermi quasi mai il lusso di presentazioni totalmente “zen” (come immagino molti di voi). La vita è una grande via di mezzo….

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Cliff Atkison ci fornisce alcuni consigli su cosa fare con il materiale “a valle” della presentazione, e su come proseguire così “la conversazione”, pratica sempre più diffusa da quando una pletora di “social-cose” si è affacciata nella nostra pratica quotidiana (blog, Twitter, spazi di condivisione di qualunque tipo).

Il senso è comunque che qualsiasi sia il tema della presentazione, è possibile – ed opportuno – estendere l’evento oltre i confini fisici nel quale si è prodotto.

Ecco una sintesi dei suoi consigli:

1. Record your presentation.
2. Post the presentation online.
3. Blog about the presentation.
4. Provide a script or captions.
5. Tweet your presentation.
6. Write an article.
7. Mention your presentation in your profiles.
8. Turn the presentation into a freebie.

E questo è il post completo: “8 Ways to Extend Your Presentations“.

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Nel blog di Olivia Mitchell trovate una serie di risorse dedicate all’uso di twitter durante una presentazione.

Tra le risorse trovate anche un documento scritto da un gruppo di scienziati tedeschi, che riporta una ricerca sull’uso prevalente di twitter durante le conferenze (PDF). il risultato è che ” ‘ sharing resources’ and ‘communicating with others’ were the most important uses of twitter for these respondents.” Qui trovate il post.

Olivia ha scritto anche un post con 8 cose che ha imparato dall’uso di Twitter durante un evento, e precisamente

1. Design your presentation for Twitter
2. Encourage your audience to tweet
3. Don’t forget the non-tweeters
4. Use multiple ways to monitor the Twitterstream
5. Ask the audience to retweet (RT) the tweets they want you to address
6. Let go of the illusion that you might know more than the audience
7. Tweet the questions you want the audience to respond to
8. You don’t have to respond to all the questions during your presentation

Infine, ecco un post sul tema di mostrare in tempo reale il twitter-stream su uno schermo durante la presentazione. La risposta è, in generale, negativa.

“My advice is to only show the twitter stream when it adds to the presentation- just like any visual.  With an actively tweeting audience, a twitter stream can move extremely fast. It will be very hard for the audience not to pay attention to the constantly moving screen – so it’s likely to be distracting. If it’s on the large screen it’s no longer an opt-in experience.”

Anche se si può accendere lo schermo con lo stream in particolari punti della presentazione, ovvvero quando

  • you ask for audience input on a particular point
  • you ask the audience for questions
  • you take “twitter breaks” specifically to look at the twitter stream and address any issues which have been raised.

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Una bella presentazione di Gaspar Torriero (per chi non lo sapesse è noto blogger italiano) ci ricorda alcuni punti fermi e soprattutto alcuni errori tipici nelle presentazioni. Ci dà anche delle percentuali interessanti sugli errori e gli orrori più comuni.

Va detto che purtroppo Powerpoint è il male perché è capace di tirare fuori il peggio di noi. E la cosa buffa è che nelle intenzioni del programma tutto questo è fatto per facilitarci la vita (pensa un po’ te..)

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Un ottimo post di Olivia Mitchell, che condivido, mette in luce come i brainstorming, ottima tecnica per raccogliere idee, sia una pessima tecnica per preparare scalette per una presentazione. I motivi sono illustrati nel suo ultimo post.

Esempio di brainstorming - BY Oliva Mitchell

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Dopo un po’ di riflessioni (ma neanche tante) ho deciso di pubblicare (e fare scaricare) un estratto della mia lezione-tipo sulla presentazione efficace con le slide, ovvero uno dei miei “cavalli di battaglia” nella mia attività di formatore.

Perché le pubblico? Perché nel tempo questo cavallo si è assai stancato, così come il suo cavaliere. Insomma, questo argomento ha cominciato veramente a nausearmi, e così ho deciso di condividerne almeno una parte, togliendo il più possibile gli esempi che in genere mostro.

Usatele pure, ma ricordate che è sotto licenza Creative Commons, il che non significa: “Fai quel cacchio che ti pare”. Ok?

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Ormai su Slideshare è praticamente un must: la presentazione Death by Powerpoint (and how to flight). Un ricco lavoro Alexei Kapterev sulle migliori (e peggiori) strategie di presentazione con PPT che ha avuto più di 500.000 accessi.

E se li merita tutti quanti.

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Powerpoint da urlo (di terrore)

Dal sito di Bill Lane potete scaricare un divertente pamphlet dal titolo (più o meno), “Come affossare la propria carriera mentre infliggete agli altri i vostri Powerpoint”. Trovate tutti i consigli migliori (ovviamente ironici), su come fare delle slide e delle presentazioni veramente brutte.

Potete scaricare l’e-book in pdf da questo link.

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Vi segnalo un altro bell’articolo in italiano, di Ester Liguori, dedicato a Slide ed eccessi comunicativi. Tra l’altro le indicazioni sugli elementi di paratesto sono simili a quelle che ho indicato nel post precedente.

Ecco un (p)assaggio dell’articolo:
“Il desiderio di stupire purtroppo spesso scavalca quello di essere efficaci e senza rendersi conto di ciò che si fa si finisce con lo sfruttare male un buon ausilio comunicativo.”

Su questo argomento è interessante anche un vecchio post di Garr che si ispira ai personaggi di “Guerre stellari”.

Preferite le slide di Darth Vader o quelle di Yoda?

Darth_2 Yoda



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La nostra memoria fa strani scherzi. Ricorda particolari insignificanti accaduti anni fa, ma magari è incapace di trattenere informazioni che ci sono state date due minuti prima.

La nostra memoria a breve termine è selettiva: taglia tutto quello che non gli serve in modo da liberare RAM e permetterci di seguire meglio un’attività; trattiene le informazioni che gli servono al momento e fa cadere nell’oblio il resto. Leggiamo tutti i giorni la targhetta sull’ascensore ma non sapremmo mai ricordarci quanti chili porta (ricordate la canzone di Elio?)

E’ per questo che, quando facciamo una presentazione, ci sono alcuni elementi di contesto che andrebbero ripetuti frequentemente. Una presentazione ha un andamento sequenziale e le persone che seguono questo flusso tendono a dimenticarsi rapidamente che in quel momento sono nel capitolo 1 – sottocapitolo 2.

Le persone non sanno neanche a che punto sono della vostra presentazione, perché non possono vedere il “volume” di slide così come vedono le pagine di un libro.

Insomma, una presentazione che si rispetti (e in specialmente le presentazioni lunghe) dovrebbe riportare in ogni slide alcune informazioni chiave per collocare ogni slide nel suo giusto contesto.

Più o meno le informazioni sono queste:

1) Titolo della presentazione
2) Titolo del capitolo
3) Titolo dell’eventuale sottocapitolo
4) Titolo della singola slide (è l’elemento più vistoso)
5) Numero della singola slide in rapporto al numero totale di slide
6) Eventuale logo (anche se secondo Garr non è necessario). N.b. Per logo intendo il logo del cliente, non il vostro.
7)  Data – Luogo – Nome relatore

Il layout standard avrà insomma una struttura di questo tipo:

Elementi paratestuali

In questo modo sarete sicuri di fornire sempre tutti gli elementi necessari per dare un contesto ai vostri contenuti. E aiutare la memoria dei vostri ascoltatori.

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I maestrini segnalano alcune bellissime presentazioni molto “cool” fatte in giro per la rete.

In particolare quella di Lessing è abbastanza nota e se ne è già parlato molto (potete anche scaricarla da questo indirizzo).

Giustamente Vanz la  indica come un ottimo esempio di lavoro per “sottrazione”. E sappiamo che quando qualche cosa non ci torna, in una presentazione, il 90% delle volte è perché dobbiamo togliere e non aggiungere qualche cosa.

E’ vero che non sempre il contesto è adatto a presentazioni così particolari, ma spesso dobbiamo guardare gli estremi per capire l’ordinario.

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Chiunque faccia il consulente o il formatore sa quanto sia utile e utilizzata la famosa lavagna a fogli mobili. Per me è una specie di coperta di Linus: senza lavagna a fogli mobili io non comincio mai a parlare in aula. E so che anche per altri è così.

lavagna a foglio mobiliSecondo me la lavagna a fogli mobili è uno strumento capace di creare quella che Etienne Wenger definisce la dialettica tra partecipazione e reificazione: è capace cioè di creare uno strato di sedimenti concettuali maneggiabili attraverso i quali negoziare i significati in un gruppo.

Beh, grazie all’ottimo Presentation zen scopro che ci sono molti siti dedicati a questo strumento (“flip chart” in inglese), come quello di questa società inglese, che ha creato un sito interamente dedicato all’argomento.

Ma anche altre società come la 3M hanno creato delle pagine apposite (questa e questa).

Altro che slides…Buona lettura.

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Un divertente articolo di T.J. Walker che invita a non diventare schiavi di Powerpoint.

Il succo del discorso è condivisibile: un conto è la presentazione completa, ovvero quella che potrete lasciare o spedire per posta, fatta magari di 500 slide, e un conto è la presentazione concreta, fatta per il pubblico, che sarà composta solo dai punti chiave di quella particolare occasione.

In realtà questo è meno un problema di numero di slide che un problema di architettura e strategia. Se avete capito chi è la vostra audience, quali sono i suoi problemi e le sue aspettative specifiche, il vostro intervento sarà sempre e solo una accurata selezione delle cose che potreste dire.

Ricordate che, nelle presentazioni efficaci, il più è meno, e ll meno è più.

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Powerpoint può essere molto efficace, a patto che rispettiamo le sue specifiche caratteristiche di media. In particolare, ogni media ha un suo specifico rapporto con lo spazio e con il tempo. Possiamo dire che l’ascolto della musica si svolga nel tempo; ma anche la lettura di un libro, se ci riflettiamo bene, è prevalentemente un processo temporale, se consideriamo lo spazio della scrittura solo come una linea che si snoda e riproduce il discorso orale.

Un sito web, al contrario, è un oggetto più spaziale che temporale (come ha ben rilevato Bolter nel suo “lo spazio dello scrivere”).

Sono solo degli esempi. E Powerpoint? Powerpoint ha la singolare caratteristica di sfruttare la temporalità a livello globale (dell’intera presentazione), proprio come un discorso orale (frammenti che si snodano nel tempo, in un’unica direzione), mentre è un oggetto altamente “spaziale” al livello locale ( di singola slide).

Temporalità globale

Spazialità locale

Le migliori presentazioni tengono conto di questa peculiarità del media e la usano a proprio vantaggio, ovvero:

1) Pochi frammenti di informazione per ogni slide (temporalità)
2) Disposizione significativa degli elementi testuali e grafici per fare risaltare i reciproci rapporti specifici (spazialità).

Ecco perché se scriviamo le slide come se stessimo scrivendo un libro la cosa non funzionerà. Anche se i contenuti sono magnifici e interessanti. Sulla carta.

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Extreme makeover

Dura 20 minuti, ma credo ne valga la pena.

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Ricorda un po’ la regola dei 20 secondi di cui ho parlato più sotto, ma vale comunque la pena segnalare questi consigli per una buona preparazione di una presentazione.

By Garr Reynolds

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Un’immagine bellissima (che ho visto per la prima volta sul blog di Catepol) riassume in modo chiaro il modo con il quale funzionano gli emisferi del nostro cervello.

Emisferi

Ora la domanda è: come riuscire, in una presentazione, a tenere conto di entrambi gli aspetti?

Sappiamo che , di default, una presentazione di rivolge alla nostra parte sinistra: il simbolo di questo “stile cognitivo” sono i punti-elenco con i quali spezziamo e strutturiamo i concetti. Dall’altra parte c’è chi, per evitare effetti “soporiferi”, condisce le presentazioni di effetti speciali e di colori, assecondando il lavoro dell’emisfero destro.

Va detto che entrambe queste strategie sono sbagliate: nessuna presentazione è efficace senza un lavoro integrato e coordinato su entrambi gli aspetti. Troppi concetti annoiano, e gli effetti speciali fine a se stessi ci lasciano con un pugno di mosche.

Dobbiamo tenere sempre fermo il nostro obiettivo che, in una presentazione è in genere quello di fornire informazioni (non di divertire, non di di rilassare, non di supire) allo scopo di insegnare, convincere, vendere, permettere a qualcuno di prendere decisioni.

Se teniamo fermo il nostro obiettivo  potremo usare gli strumenti migliori per supportarlo, integrando concetti ed esempi da una parte e immagini e schemi visuali dall’altra.

Una buona presentazione integra aspetti cognitivi ed aspetti emotivi in un tutto, con lo scopo finale di fornire  informazioni complete. Il fine, insomma, è il più delle volte cognitivi. Il mezzo è di volta in volta, una miscela di aspetti cognitivi ed aspetti emotivi.

Riuscire ad integrare in un tutto questi espatti è il cuore di una strategie vincente.

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