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Archive for the ‘aneddoti’ Category

Apprezzo molto la buona volontà e le capacità di Andrew Abela come specialista di presentazioni. Ma quando ha messo online i suoi video relativi a un seminario che ha tenuto recentemente ho avuto un moto di pietà. Non tanto per lui, che anzi fa uno sforzo per  essere professionale e persino brillante, quanto per il setting scadente del corso stesso.

Altro che sale illuminate, platee attente e tecnologie d’avanguardia: spesso quando si fa questo mestiere ci si scontra con setting poveri, allievi demotivati e tecnologie recuperate in cantina. E allora, in nome della pagnotta e dell’amor proprio, bisogna fare buon viso a cattivo setting.

Una volta ho tenuto un corso in una banca: quando sono arrivato ci ho messo mezz’ora per trovare il mio referente. Quando l’ho trovato mi ha detto “ah, era oggi?”. Abbiamo recuperato di alla meglio gli “allievi”, abbiamo recuperato alla meglio una stanza, poi il PC della prima guerra mondiale e infine un’allieva mi  ha dato alcuni suoi lavori da controllare. Su un floppy disk.

E insomma, bravo Andrew.

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Ogni tanto mi capita di fare della formazione sulle presentazioni efficaci: per fare un lavoro più efficace cerco sempre di farmi mandare del materiale in anticipo per studiarne i difetti principali e, nel migliore dei casi, riesco a trasformarlo per verificare assieme agli allievi come si possono applicare le regole per una buona presentazione ai casi specifici.

L’ultima occasione che ho avuto per lavorare in questo modo mi ha dato una certa soddisfazione: si trattava del materiale prodotto dal Dipartimento di salute mentale di una ASL,  all’interno di un progetto di divulgazione dei temi della salute e malattia mentale ai ragazzi delle scuole superiori.

Il materiale si prestava a molte trasformazioni ci ho lavorato parecchio: per questo ho pensato di riutilizzarne una parte (con il consenso degli autori) per illustrare con esempi concreti di restyling 11 regole per migliorare le presentazioni.

Ho pubblicato il lavoro su Slideshare e lo potete vedere di seguito. Che ne dite?

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Sul suo blog Alessandra Cimatti (Alessandra è un’altra specialista di presentazioni) riporta  il caso di un recente convegno milanese; ecco quello che la telecamera ha catturato durante i lavori:

wt 1

inutile dire che esprimo tutta la mia solidarietà ai partecipanti: se questa era la zuppa è probabile che molti di loro siano stati preda di convulsioni o precipitose regressioni a traumi infantili non risolti.

Insomma, le cose sanno così: se volete presentare qualcosa a qualcuno vi dovete impegnare di più; non è sufficiente chiudere gli occhi, passare il mouse sul testo del vostro foglio word, fare il taglia e incolla selvaggio sulle slide e sperare di farla franca.

Non-fun-zio-na.

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La notizia è un po’ vecchia, ma pensavo valesse la pena di segnalarla. E’ successo a Portland due anni fa e per molto tempo ho pensato che fosse uno scherzo. A dire la verità non sono ancora sicuro che sia vero: è troppo incredibile.

Ma la cosa più incredibile credo sia assistere al suicidio di una persona con un tale senso dell’ironia. E’ proprio il caso di dire: seppelliti dalle risate.

Nell’articolo trovate molte delle slide usate dal manager, con tanto di grafici e clip art

powerpoint_suicidio

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Yurij Castelfranchi è un amico. Fisico di formazione, ha continuato al sua carriera come divulgatore scientifico e oggi vive in Brasile e lavora all’Università. Sono andato a trovarlo due anni fa con la mia ragazza e abbiamo passato assieme dei giorni bellissimi.

Detto questo, Yurij è un pessimo “sliderista”, e lui lo sa (e ci abbiamo scherzato tanto assieme).  Una volta mi ha mandato, come esempio, le slide del corso che teneva a Trieste sulla divulgazione della scienza. Le slide erano, a loro modo, emblematiche di un certo tipico modo di produzione un po’  “fai da te”.

Ne abbiamo discusso un po’ e abbiamo continuato ad analizzarle nel tempo. Alla fine queste slide sono diventate un esempio che mostro spesso nei miei corsi.

Oggi ve le ripropongo, e assieme a loro vi propongo una revisione che ho fatto assieme a Leuca (principalmente l’ha fatta lei, la revisione) per mostrare come è possibile migliorare e rendere più leggibile un prodotto fatto in Powerpoint se solo ci si mette un po’ di testa e si applicano un po’ di standard.

Ora vi invito a fare questo esercizio: quante e quali  modifiche abbiamo fatto nella presentazione originale?

Ecco la presentazione prima della cura

slide prima della cura

e eccola dopo la cura.

slide dopo la cura

Spero che possa essere utile per capire meglio i meccanismi di produzione ottimale delle presentazioni in generale e di quelle didattico-scientifiche in particolare.

Buona caccia….

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Spesso, quando lavoravo ad “Alcatraz”, la mia vecchia azienda, mi capitava di elaborare progetti piuttosto complicati: c’erano sul tappeto cose come il benchmarking, i fattori critici, la tempistica, i dettagli operativi, gli attori in campo, le strategie di medio termine. E via dicendo.

Ero preparatissimo su tutto, ma quando il capo mi “dava udienza” spesso avevo a disposizione solo un minuto per spiegargli tutto. Che fare? Provare a mostrare le mie 50 slide? Oppure dirgli una sola cosa, quella essenziale, ovvero quella che una volta detta, aumentava l’interesse del mio capo e conseguentemente il mio tempo a disposizione?

In questi casi usavo sempre la seconda strategia: una sola cosa ben detta, ovvero il “succo” di tutto il mio progetto. Quando preparate una presentazione fate sempre questa prova: in quanto tempo riuscite ad esprimere il succo della vostra idea? Io chiamo questa la regola dei “20 secondi”.

cronometroCerto, probabilmente il vostro progetto è molto articolato, ha richiesto parecchio lavoro di analisi, molte ricerche, tante ore a pensare a che cosa fare e a come farlo. Tutto questo però, alla fine, si concretizzerà in un’idea da proporre al vostro committente.

E’ Per capire se se la vostra idea “regge” non c’è niente di meglio che domandarsi prima: se dovessi dirla in 20 secondi, che cosa direi? Se non riuscite a trovare una formulazione adatta, probabilmente siete ancora in fase di brainstorming.

Se invece ci riuscite, bene quella e “la cosa” che avete da dire (potrebbe essere, che so: “dobbiamo espanderci sul mercato giapponese entro due anni”, oppure “dobbiamo aprire un canale internet per fare e-commerce dei nostri prodotti”, oppure “dobbiamo acquistare un prodotto di CRM che favorisca la conoscenza mirata dei nostri clienti, oppure “dobbiamo riposizionare il nostro brand per un target più giovane attraverso nuovi prodotti e una serie di campagne  mirate”.

Ecco, la vostra idea dovrebbe poter essere formulata anche in questo modo: con una sintetica affermazione (ovviamente gravida di conseguenze…).

Questa idea, in fondo, è il “cuore” della vostra presentazione. Sarebbe meglio che stesse sempre in una slide a parte.

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C’è un’esperienza abbastanza frequente che mi capita quando parlo in aula o a convegni: io parlo e parlo e parlo, raccontando di questo e di quello, ma progressivamente vedo che i loro occhi si fanno vuoti e le persone cominciano a fischiettare mentalmente.

A questo punto mi interrompo e comincio a raccontare una storia. Parto dicendo cose come:  “Ma lo sapette che cosa è successo una volta che ero in ufficio?” oppure: “l’altro giorno mi chiama un cliente e comincia a dirmi…”. ecco: l’attenzione si risveglia, le persone ritrovano il contatto con me, e io con loro. Gli sguardi si rimettono a fuoco e tutto acquista un’aria più calda e colloquiale.

Le storie sono importanti. Le storie ci riguardano molto più delle slide. Le storie sono il vero collante del nostro vivere sociale (ascoltate gli MP3 di Paolo Jedlowski a riguardo) .

Ed ecco un bell’articolo sul racccontare storie nelle business presentations….

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Una vola una mia allieva, alla fine di una spiegazione, mi ha detto:  “insomma, il succo del sue discorso è riassunto dal titolo della sua slide”. Ho guadato la slide alle mie spalle e le ho detto: 2sì è proprio così”.

La mia allieva non poteva intuire quanto io fossi contento della sua osservazione, che ho preso come un indiretto complimento alla mia presentazione.

In genere impiego un certo tempo a creare i titoli delle mie slide. E non lo faccio per pignoleria o ossessione, ma perché è fondamentale (come già ribadito qui). La titolatura non è un optional: i titoli sono la prima, o una delle prime cose che viene percepite, servono ad orientarci nell’argomento e rappresentano il primo ingresso cognitivo all’argomento del quale parliamo.

Potete anche considerarla una “prova del nove” della vostra architettura: se riuscite a dare un titolo specifico ad ogni slide vuol dire che la struttura è ben costruita, avete inserito un’informazione specifica in ogni slide, sono state eliminate le ridondanze, le informazioni non sono ambigue.

No quindi alle slide senza titolo, no alle slide con titoli poco significativi o con titoli “segnaposto” che richiamano la presentazione stessa e non la singola informazione presente sulla slide.

Slide senza titolo

Slide con titolo sbagliato

Ricordate queste regole:

- il titolo non è un elemento accessorio, ma una componente informativa essenziale e come tale dovrebbe sempre essere presente, in ogni slide

- il titolo serve ad esprimere una tesi specifica: non è un mero “segnaposto” ma condensa una specifica informazione o tesi. Dovrebbe essere diverso per ogni slide.

- il titolo ha una funzione informativa e di riassunto dei concetti espressi nella slide, pertanto è necessario un certo lavoro redazionale per renderlo adeguato. Inserire titoli troppo generici o criptici è inutile e controproducente (aumenta inutilmente il carico cognitivo di chi ascolta)

- il titolo deve essere accattivante, ma senza esagerare. Troppe fioriture o giochi di prestigio rischiano di non essere capiti da una platea che cerca modestamente di capire ciò che viene detto

- Il titolo è il testo più grande ed evidente della slide. Dovrebbe avere una dimensione che va da 24 a 28 pt.

Il titolo della slide è quindi informativo ed è la sintesi di quanto espresso nella slide. Deve esserci sempre, non deve essere criptico e non deve essere troppo generico o eccessivamente fiorito (es. doppi sensi).

Slide con titolo corretto

Per concludere, vi segnalo la presentazione di Tosime dedicata proprio ai titoli delle slide.

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Ieri ho fatto lezione sulle slide ad alcuni simpatici dipendenti che lavorano qui. All’inizio erano molto scettici (anche per via di pregresse lezioni non molto, ehm, adatte) e io ero un po’ preoccupato, ma è giusto così: bisogna affrontare questi temi sapendo che le persone hanno “un passato” con le slide.

Alla fine però è andata bene: uno di loro, addirittura, alla fine ha detto, scherzando: “basta, mi licenzio, in questi anni abbiamo sbagliato tutto.” Hei, fratello, non hai sbagliato mestiere, è solo che le presentazioni richiedono qualche attenzione in più…

Ad ogni modo è sempre bello e divertente vedere come i professionisti si arrangiano con Powerpoint: vengono sempre fuori cose interessanti…  Alla prossima.

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Oggi, lezione in un master a 15 ragazzi neolaureati. Argomento: la presentazione efficace (e te pareva). Mostro le mie slide e dico loro, fin da subito, che saranno più di 150 (per sette ore di lezione). Ogni slide, peraltro, riporta il numero della slide rapportato al numero totale di slide (tipo: 23/150).

A un certo punto un’allieva mi chiede se sia veramente opportuno anticipare fin da subito questi numeri. Non spaventerà la platea? Non produrrà pericolosi effetti boomerang? La risposta è: decisamente no! In ogni presentazione che si rispetti non ci sono effetti “sorpresa” che non siano stati attentamente pianificati. E la lunghezza della presentazione non rientra mai tra questi. Le persone devono sapere che cosa aspettarsi, devono avere un contesto nel quale orientarsi, devono poter fare i loro conti.

Trasparenza. Patti chiari. Condivisione. Tutto quello che non dico è un’incognita pericolosa, innanzitutto per me: qualcuno penserà che le slide sono 17, altri che sono 100, altri che sono 50. E questo non mi fa gioco: scontenterò sicuramente qualcuno.

La regola allora è: anticipare tutto quello che posso anticipare. Ovvero “bruciare le informazioni”. Dobbiamo anticipare subito tutto quello che aiuterà la platea a capire dove e come muoversi. A partire (ma non solo) dalla lunghezza. E’ come sul web: non conta tanto se una pagina si apre solo dopo 50 secondi: il vero problema è sapere esattamente quanto ci impiegherà ad aprirsi. E allora è meglio dire: “Si, le slide sono 150: non spaventatevi, andranno via in scioltezza” che nascondersi sotto il tappeto del mistero, perché tutto (t u t t o) si paga alla fine.

Per la cronaca: le slide sono andate veramente in scioltezza, e abbiamo fatto anche tre (dicasi tre) esercizi pratici.

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Il format con il quale costruiamo le nostre presentazioni ha molto a che fare con elementi di cultura organizzativa che, nascosti dietro alle nostre slide, entrano subdolamente in gioco a nostra insaputa mentre creiamo una presentazione. Per  “cultura organizzativa” intendo, esattamente come Clifford Geertz, un dispositivo semiotico: una sorta di “documento agito”, non perfettamente esplicitabile, ma che governa implicitamente le nostre scelte. In genere sopiti e invisibili, questi elementi emergono nei momenti di crisi, sotto forma di ansia.

Una volta ho dovuto preparare la presentazione a una mega-dirigente per un meeting di alto livello: il pubblico era composto da altri mega-dirigenti più una attenta selezione della “truppa”. Un classico: si commentano i risultati e si getta uno sguardo sugli obiettivi a venire. Un format conosciuto, che si concretizza, in genere nella selezione/combinazione di alcuni elementi base:

- numeri e tabelle
– grafici
– frasi vaghe e slogan
– immagini “di repertorio” (tipo: saltatore con l’asta)
– punti-elenco
– esposizione neutra
– esclusione del soggetto dall’oggetto del discorso

Insomma, una noia mortale. Quindi, parlo con la dirigente e le do due suggerimenti:

- evita, nelle slide, di mettere numeri, grafici, tabelle, frasi ad effetto e immagini scontate: ogni slide deve contenere una sola parola e una sola immagine, tipo variazioni sullo stesso tema

- racconta una storia: ripensa a qualche episodio significativo e raccontalo. Qualcosa di vero, che ti appartiene. Non aver paura di divagare, prenditi il tuo tempo: raccoglierai le fila al termine.

slide evocativaLa dirigente è affascinata dall’idea e si mette all’opera. In breve tempo elabora la sua storia. Tutto bene, quindi. Solo che, a un certo punto si sente a disagio. Non le basta un’immagine e una foto per slide: lei vuole raccontare che prima eravamo in questa fase e ora dobbiamo arrivare in quest’altra fase e quindi ci vogliono almeno due parole, e due immagini. Poi si accorge che dobbiamo mettere per forza dei punti elenco, però l’immagine vuole lasciarla, ma sullo sfondo.

Ed ecco che il concept, da semplice richiamo evocativo, diventa una versione sbiadita del classico “grafici/tabelle/punti-elenco” Un mescolamento inquietante. Primo errore.

Arriva il giorno del meeting e siamo tutti in pista: la dirigente è visibilmente nervosa e la sua ansia cresce sempre di più man mano che si avvicina il suo turno. Poi sale sul palco, e comincia a raccontare la sua storia. La storia era perfetta: personale, emblematica, sentita. Chi non era perfetto era lei: sguardo basso, voce flebile, corpo chiuso su se stesso. Un condannato a morte. Secondo errore.

La presentazione alla fine è andata, ma non è stata certo memorabile. Perché? In fondo l’idea era abbastanza buona e la presentazione era innovativa: avevamo usato alcuni elementi ottimi per catturare l’attenzione in un meeting tradizionale:

- slide senza dati
– elementi visuali inconsueti
– autobiografia
– narrazione

Ma non eravamo andati fino in fondo: le slide erano un “ibrido” e la portata innovativa della “storia” era squalificata dalla stessa narratrice, che in un istante aveva capito che cambiare questi elementi non era solo un diverso modo di dire le stesse cose, ma significava mettersi in gioco completamente e uscire dalla gamma di “mosse” concesse.

Insomma, quando cambiamo il format non stiamo lavorando sui contenuti, ma sul codice. E dobbiamo essere consapevoli di quello che stiamo facendo. E non ci sono mediazioni: o ci stiamo o non ci stiamo.

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